domenica 17 gennaio 2016

BEST RECORD, THE LAUNCH OF HALF A MILLION BALLS COLORED

lunedì 11 gennaio 2016


David Bowie, quel dandy impenitente e futurista


dal
«We can be heroes / just for one day». Possiamo essere eroi solo per un giorno, cantava trent’anni fa David Bowie in una delle sue canzoni più famose, Heroes. E la storia della musica è piena di meteore che hanno avuto il loro “giorno” di notorietà, almeno quanto di vecchie star imbolsite che sopravvivono ai margini dello star system cercando di mettere a frutto residuali rendite di posizione.

David Bowie non appartiene alla schiera dei piccoli risparmiatori del successo. «La cosa peggiore è mantenere un certo tipo di celebrità per tutta la carriera e poi ripensare a tutte le cose che si sarebbero potute fare o tentare, e chiedersi: perché non l’ho fatto?»
Rendiamogli merito: si è tenuto ostinatamente alla larga dal mucchio degli anticonformisti di professione. «Volevo solo esprimere quanto mi sentivo estraneo alla società. Non ho mai voluto che mi si considerasse il leader o il portabandiera di un movimento. Sono un individualista». Trasgressivo e ironico, geniale e sconsiderato, al tempo stesso giocatore d’azzardo e abile imprenditore della propria immagine. Sul piatto ha sempre puntato tutto quello che aveva, perdendo e vincendo, rilanciando l’intera posta, lasciandosi alle spalle successi e sventure familiari e personali, non ultime la dipendenza dalla droga e un cuore difettoso. Ogni volta determinato a sperimentare il nuovo, anche a costo di inciampare in clamorosi fiaschi, di deludere il proprio pubblico, di indispettire i sacerdoti della critica ideologizzata, che vorrebbero fare della musica uno strumento di lotta politica, naturalmente a senso unico.
Il Duca bianco, l’alter ego aristocratico e algido che forse più gli appartiene, l’8 gennaio ha compiuto sessant’anni d’età, quaranta dei quali impegnati in una carriera quanto mai eclettica, nel corso della quale non ha mancato di cimentarsi con il cinema (alternando importanti ruoli da attore consumato a preziosi cameo). Chi ha avuto modo di vedere The prestige, in questi giorni nelle sale, ha avuto modo di apprezzare la carismatica interpretazione dello scienziato Nikola Tesla, l'unico personaggio realmente esistente della pellicola ambientata nell'Inghilterra della fine dell'Ottocento. Ma Bowie non si è risparmiato di calcare le orme del palcoscenico: in teatro è indimenticabile l'interpretazione dell’alieno Ziggy Stardust. E proprio The rise and fall of Ziggy Stardust and the spider from mars è un concept-album su ascesa e (auto)distruzione di un "plastic-rocker". Così si presenta "l'uomo che cadde sulla terra", il profeta di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, il tempo che passa tra la sua ascesa e la sua caduta. E in questa metafora è racchiusa l'intera messa in scena dell'estetica di Bowie: la realizzazione del principio enunciato da Andy Warhol del "quarto d'ora di celebrità", l'edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi.
Ma le sue esperienze artistiche spaziano anche nella televisione, nella pittura e persino nel web. Nel ‘98 lancia un proprio Internet Service Provider - BowieNet - valutato, appena un anno dopo, oltre trecento milioni di sterline. L’eccezionale capacità di cambiare pelle, di reinventarsi artisticamente, e di captare le nuove tendenze, lo ha spinto a sperimentare generi musicali diversi, inaugurandoli (come il glam) o rielaborandoli con il suo stile caratteristico.
Con tratto da artista prima ancora che da rockstar, ha mescolato - come su una immaginaria tavolozza - colori e ingredienti diversi: dalle ballate melodiche al pop psichedelico ed elettronico, passando disinvoltamente dall’hard rock alla dance, da rassicuranti atmosfere da luna park a inquietanti motivi claustrofobici e ritmi teutonici. «Creo qualcosa partendo dall’entusiasmo di un determinato momento, poi quella cosa non esiste più, vado avanti. Sono fatto così, non cerco scuse».
Percorso non sempre apprezzato dagli ortodossi custodi del rock “impegnato”. «A quei tempi non era corretto nutrire interessi disparati, ti dovevi decidere: o eri un cantante folk o rock o un chitarrista blues. Io sentivo di non voler sottostare a queste distinzioni». Gli inizi sono particolarmente duri e la sua musica non sarà mai del tutto accettata in America, neanche quando le vendite degli album cominciano ad assumere consistenza. E' il manager Kenneth Pitt a suggerirgli di adottare il cognome Bowie (dal coltello "bowie-knife") per evitare confusioni con Davey Jones dei Monkees.
Negli States il modello di riferimento della musica rock è il rocker amico, semplice e spontaneo, che narra la vita di tutti i giorni. «Non sono il tipo che sale sul palco e vi racconta come gli è andata la giornata» spiega Bowie. Piuttosto che riempire le sue canzoni di accattivanti proteste sociali e strizzare l’occhio al pubblico, preferisce disorientarlo con arrangiamenti sin troppo raffinati, citazioni nietzschiane e suggestioni estetiche decadenti e futuriste nelle quali il non detto e il linguaggio del corpo finiscono con il prevalere sui contenuti.
E’ insofferente e distante rispetto al rock che si alimenta nelle grandi adunate pacifiste e si autopromuove nelle iniziative umanitarie. «Non sono fatto per gli slogan. Preferisco lasciare questo compito a Sting. Ho poca simpatia per l’umanità. Si è giustamente cercato di cambiarla, io penso che sia fatica sprecata. Sono troppo egoista per lasciarmi coinvolgere».
Provocazioni che lasciano il segno, come quando affermò che «all’Inghilterra farebbe bene un periodo di fascismo». Dichiarazioni che ne fanno un idolo per i giovani del National Front inglese e gli costano una schedatura dell’FBI come “simpatizzante neonazista”. Così come fa chiacchierare la sua ammirazione per Benito Mussolini e Yukio Mishima, l’interesse per la mitologia del Sacro Graal e l’esoterismo.
Pochi altri come lui hanno diviso e continuano a dividere pubblico e critica, attirando entusiasmi e stroncature. Carismatico, affascinante e innovatico per i fans; eccessivo, ambiguo e “commerciale” per i detrattori, per i quali quelle di Bowie sono solo canzonette, «rock’n’roll con il rossetto» come le definiva John Lennon. «Alcuni dicono che Bowie è tutto stile superficiale e idee di seconda mano - dichiarava nel ’99 Brian Eno (con il quale darà vita ad un proficuo sodalizio artistico e intellettuale) - ma a me questa sembra la migliore definizione della musica pop. E’ un’arte popolare. Nella musica colta ci si aspetta che l’opera sia completamente originale e che l’ispirazione giunga come per incanto, direttamente da Dio. Nella musica pop ognuno ascolta e ripete quello che fanno gli altri».
«L’opera d’arte è compiuta solo quando il pubblico vi aggiunge la propria interpretazione» sostiene Bowie. Nessun altro artista è riuscito in maniera altrettanto efficace ad evidenziare l’infondatezza di una rigida linea di demarcazione tra la cultura cosiddetta alta e quella bassa, e l’assurdità della distinzione tra rock e pop quali espressioni contrapposte di arte e commercio. «Probabilmente sono considerato il camaleonte del rock perché non faccio altro che cambiare! I clichès sono pura follia. Ma il camaleonte cerca continuamente di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, e non credo proprio che questo sia uno dei miei tratti distintivi». E certamente Bowie è un non conforme, un irregolare, un dandy alla ricerca costante del coup de theatre, un irrequieto impenitente. «Non sapere in che direzione sto andando è per me la sensazione più eccitante. E’ un paesaggio sempre aperto». E ciò che lo rende indistruttibile è la capacità di stupire e stupirsi, come in Changes: «Cambiare è anche ricerca di sé / mi rivolsi a guardare me stesso per poi trovarmi di fronte ad un estraneo».
Nonostante i suoi album siano da tempo lontani dai primi posti delle classifiche, Bowie resta uno dei protagonisti assoluti della scena mondiale: dal 1997 è anche quotato in borsa, grazie all'emissione dei Bowie Bonds effettuata offrendo a garanzia le royalties ricevute per i dischi venduti fino al 1993 (circa un milione di copie l'anno). Da questa operazione pare abbia ricavato più di 40 milioni di euro. Malgrado la sua attività sia rimasta intensissima, negli ultimi anni Bowie non ha ritrovato il successo: Black tie white noise, Outside, Hours, Reality, Heathen sono album lontani dalla magia di un tempo. Ma è rimasto un protagonista in tutti i settori.
Anche il matrimonio con la modella Iman ha contribuito a consolidare il suo mito. Perchè lo stars system si nutre anche di gossip e il Duca bianco, a dispetto dei sessant'anni appena compiuti, anche in questo non ha nulla da invidiare ai suoi più giovani colleghi.
Fonte il secolo d'Italia mercoledì 17 2007.



martedì 1 dicembre 2015

comunicato stampa ......il futurismo del terzo millennio


Comunicato stampa

CULTURA. IL 4 DICEMBRE PRESENTAZIONE LIBRO
SU FUTURISMO DEL TERZO MILLENNIO DI CECCHINI-TEDESCHINI
EDITO PER “I LIBRI DEL BORGHESE”
NELL’AMBITO DI PIU’ “LIBRI, PIU’ LIBERI”,
LA FIERA NAZIONALE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA
ORE 12.00, PRESSO LO STAND DI “PAGINE”


Il volume “Il Futurismo del Terzo Millennio. Conversazioni con Graziano Cecchini”, scritto da Davide Tedeschini e Graziano Cecchini, edito da Pagine per la collana de “I libri del Borghese”, sarà presentato venerdì 4 dicembre, alle ore 12.00, presso lo stand di Pagine nell’ambito della quattordicesima edizione di Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, promossa e organizzata da AIE – Associazione Italiana Editori in programma dal 4 all'8 dicembre 2015, nella consueta sede del Palazzo dei Congressi nel quartiere dell'EUR.
“Ci sono motivazioni culturali, ma soprattutto sociali ed economiche, alla base del ritorno al movimento che è stato già ben identificabile all’inizio del ’900 e secondo la vulgata si limita a quel periodo”. Così apre il libro che analizza e attualizza un movimento, quello Futurista, capace di condizionare profondamente la storia del XX secolo, ancora attuale più che mai. 

le immagini della presentazione. 







Missoni Anarchico FUTURISTA:


"Da anarchico futurista gioco con colori e tessuti"

In occasione della sua mostra a Londra lo stilista spiega come rompere le regole, ma con eleganza

Ottavio Missoni, «Tai» per chi lo conosce bene, sta partendo per la sua amata Dalmazia, dove passerà l’estate. Parte contento del successo che sta riscuotendo la sua mostra a Londra, presso l’Estorick Collection of Modern Italian Modern Art, soddisfatto di trovare le sue creazioni ben integrate nel discorso futurista che il museo rappresenta, e infine lusingato dalla riconosciuta assonanza del suo lavoro con il modernismo nell’arte.
Confessa di essere sempre stato un entusiasta di Balla, di cui oggi possiede tre opere, e di Severini.
Atleta olimpionico, artista della moda, Tai Missoni, classe 1921, è una personalità vulcanica. Un parlatore gioioso e appassionato. Del suo lavoro, della condizione umana, della sua patria. Ma non di politica: «Io non c’entro con la politica italiana» dice. Eppure la sua storia è emblematica di chi è stato preso nelle reti della storia e della politica.
Lei è nato a Ragusa (oggi Dubrovnik), ha passato la giovinezza a Zara, ha vissuto l’esilio. Come ricorda l’esodo?
«Sono uno dei circa 360mila profughi giuliano-dalmati. Sono di Zara, che ha subito 52 bombardamenti: 4.000 morti circa, senza contare quei mille finiti in fondo al mare, da noi non c’erano le foibe, per quelli di Zara c’era il mare Adriatico. Siamo sparsi in tutto il mondo, italiani due volte, una per nascita, l’altra per scelta. Ma solo nel 2004, dopo sessant’anni di dimenticanza della sinistra, il governo Berlusconi ci ha dedicato il Giorno del Ricordo. C’è stata una piccola differenza fra l’essere stati liberati dagli americani o dai comunisti di Tito».
Durante i bombardamenti di Zara lei non c’era...
«No, i bombardamenti dal ’43 al ’45 se li è goduti mia madre, ancora anni dopo quando sentiva passare un aereo tremava. Io invece ero in Egitto, prigioniero degli inglesi. Quattro anni in un campo di prigionia tra il canale di Suez e il Cairo, nei pressi di Ismailia».
Che ricordi ha?
«A Zara avevo passato l’ultimo Natale, nel 1941, e subito dopo sono partito militare. In estate sono stato spedito in Africa a combattere sul fronte di El Alamein, dove mi hanno fatto prigioniero. Rifiutai la cobelligeranza. Volevano che accettassi un certo signor Badoglio, ma io non lo conoscevo».
I territori perduti li rimpiange?
«Non ho rimpianti, perché quei posti non ci sono piú. Tutti gli anni faccio le mie vacanze su e giú per la costa dalmata dall’Istria, alle bocche di Cattaro. Vede, un emigrante, ovunque sia, può sempre sognare di tornare un giorno ai suoi cari luoghi. Noi non abbiamo piú un posto dove tornare. Possiamo solo avere l’amore che portiamo alla terra d’origine».
Che si traduce nella grande solidarietá che ancora vige fra voi profughi
«Sí, la solidarietá continua, ma vorrei anche sottolineare la grande dignitá di questi 360mila profughi, nell’Italia del Dopoguerra che negava l’esodo. Il nostro Paese ha taciuto la verità per molto tempo».
In che misura il suo vissuto storico ha influenzato la sua forza creativa?
«È difficile dirlo, le forze creative non hanno regole, siamo creativi ogni giorno, ognuno nel proprio campo. Quando facciamo qualcosa, il tocco finale è la somma più o meno di tutte le nostre esperienze, tutto si traduce in quell’ultimo gesto creativo».
Tre figli, nove nipoti e un impero economico. Analizzando il percorso del suo lavoro da quando faceva le maglie in uno scantinato, come spiega tanto successo?
«Senza programmare niente, rifacendo le cose, lavorando sulla materia e il colore. Abbiamo rotto certi schemi prestabiliti nella moda. A volte se si vuole riuscire bisogna andare contro le regole».
Le sue creazioni rigorose e lineari oggi sono una sintesi di arte e di moda, come la rassegna londinese dimostra... 
«Non sta a me dirlo. Adesso l’arte non ha più confine, materia e colore sono le due componenti del mio mestiere, che possono essere viste anche dal punto di vista artistico, soprattutto il colore. Per me il colore è armonia, anche se mi piace giocare con le dissonanze».

lunedì 30 novembre 2015

Abbiamo Rotto i Colori special

 il 10 dic ore 17 al Museo della Lanterna Genova
evento con mostra fotografica "Abbiamo Rotto i Colori" con Luisa Erika Camilla Andrea Ambra Hira Carmelo Mauce Luca Graziano.

































domenica 29 novembre 2015

il futurismo del terzo millennio.

 il giorno 4 Dicembre ore 11 presentazione al palazzo dei congressi fiera del libro di Roma

Stiamo arrivando 
nelle librerie.......finalmente un Libro Futurista !!! non si parla del futurismo storico ma solo del FUTURISMO noi sempre avanti.
una nuova avventura per Davide Tedeschini e per Me......... prossimamente nelle librerie........(oggi è uscita la pubblicità su il Giornale a Pagina 24)
 — conMarcello Ciabatti, Maurizio Rugantino Brugiatelli,Gianfranca Duprè e altri 31